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Arte
Così lontano, cosi vicino. Le Reggiane.
Ciclo pittorico tra passato e presente

27 ottobre 2015

"La decadenza di questo luogo rischia di aggrapparsi alla mia anima fino al momento in cui do l'ultima pennellata: come in un mandala, al centro si apre una porta per la fuga."

 

Con queste parole il pittore Pietro Anceschi (leggi anche: Pietro Anceschi) descrive il luogo del suo recente ciclo pittorico, Così lontano, così vicino: le ex Officine Meccaniche Reggiane.

Comunemente chiamate le Reggiane dagli abitanti di Reggio Emilia, queste ex industrie prima di divenire un luogo di abbandono e di degrado, una casa per chi abitualmente vive per strada, sono state un importante polo industriale. 

La loro storia inizia più di un secolo fa, ad inizio '900, quando la loro produzione era incentrata sulla costruzione di carri ferroviari, tram, carrozze e locomotive. 

Per più di mezzo secolo fu l'ombelico della produzione metalmeccanica: dalla produzione di strumenti ferroviari a macchine alimentari, da aerei a macchine a motore, da gru a nulla. 

 

La chiave di volta nella storia di queste strutture avvenne nel 1950 con l'occupazione più lunga nella storia italiana: a seguito di un cospicuo licenziamento, la fabbrica venne occupata dai suoi operai per ben 368 giorni. Durante il periodo dell'occupazione una parte consistente dei dipendenti si recò al lavoro secondo i normali orari lavorativi pur non ricevendo alcuno stipendio. In questo periodo fu progettato e prodotto un trattore cingolato; l'intento degli occupanti era quello di dimostrare che l'azienda aveva le potenzialità per riconvertire la propria produzione, come era già avvenuto in passato.

La situazione economica degli occupanti, privi di stipendio per un anno, provocò una rete di solidarietà tra agricoltori e commercianti disposti a donare viveri per sostenere la loro causa.

Ad occupazione conclusa lo sciopero non ottenne gli scopi prefissati. Vi fu una liquidazione coatta dell'azienda e la riassunzione di soli 700 operai. Il vero rilancio delle Reggiane avvenne tra gli anni '70 e '80, quando l'azienda venne rilanciata con la progettazione la costruzione di gru portuali.

Il passo da lì fu breve. La luce dalla cometa vide la fine.

 

Ma oggi, se si cammina nella vasta area, di tutta questa storia pare essersi persa qualsiasi memoria. Le tracce dei grandi capannoni, delle palazzine piene di uffici, hanno lasciato il posto ad una nuova produzione: quella artistica

Qui gli artisti esprimono con la loro creatività il collegamento tra passato e presente: street art, pop art, strumenti tecnologici, pittura, fotografia e tanto altro.

Lo stesso Pietro Anceschi ha voluto mostrare, olio su tela, il suo sguardo, la sua visione e la sua evocazione di questo luogo.

Nonostante oggi sia arredato da rifiuti, calcinacci e da ciò che resta del vecchio mobilio e delle vecchie attrezzature, nelle ex officine reggiane riecheggia ancora il fantasma che le ha possedute, l'energia che le ha caratterizzate.

Anceschi nei suoi quadri è riuscito a far emergere tutto questo. 

 

"Che dire di queste vecchie fabbriche, questi muri che stanno in piedi solo con la forza delle storie che vorrebbero raccontare.
Le Industrie Reggiane sono protagoniste di un passato di violenza e di angoscia, ma anche di unione e di speranza. Voglio raccontarle bene prima che vengano ripulite e ristrutturate, prima che il cemento, di nuovo, cancelli tutto."

 

Per chi fosse interessato a visionare le sue opere può ritrovarle su pietroanceschiart.weebly.com oppure presso il suo atelier in Via Dei Due Gobbi, 3 (RE).




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