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Arte
Vivian Maier
Una fotografa ritrovata

19 gennaio 2016

Ormai quello che ognuno di noi fa ogni giorno è immortalare istanti della propria vita, pubblicandoli poi su Instagram o Facebook, alla disperata ricerca di approvazione sociale, misurabile e quantificabile attraverso i Like di amici o perfetti sconosciuti.

Ogni post è un'avida corsa per l'accettazione, un'arrampicata sociale per affermare una più o meno veritiera immagine di noi stessi.


Ecco Vivian Maier era il contrario di tutto questo, non cercava pubblicità, ne notorietà, era come un utente Instagram senza Follower e Following che pubblica ogni giorno decine di foto che nessuno vedrà mai.
Pensate a questa donna di media altezza, eccentrica e dall'aspetto anonimo, che in molti non esiterebbero a definire "brutta", che gira sola per le strade di una New York degli anni 50/60 con la sua Rolleiflex e ruba letteralmente immagini di tutto ciò che la circonda.

Un'ombra di cui si percepisce la presenza ma a cui nessuno da molta importanza, che suscita quasi fastidio se non addirittura disprezzo.
Ogni foto a modo suo racconta una storia, complice anche il fatto che solletica la nostalgia per un'epoca passata che ci ostiniamo a considerare più semplice della nostra, quindi non solo i volti assumono una potenza narrativa ma anche ogni oggetto, strada, insegna, negozio, abitazione.
Vivian però non era una fotografa bensì una bambinaia, con un'insana mania per l'accumulo di oggetti come giornali e ovviamente fotografie. Sono state ritrovati in un box lasciato nel suo appartamento di Chicago (venduto all’asta e poi acquistato da Jhon Maloof nel 2007) più di 150.000 negativi, migliaia di pellicole non sviluppate, stampe, film in super 8 o 16 millimetri, registrazioni, appunti e altri documenti di vario genere.



Il fascino della fotografia di Vivian Maier è dovuto anche al mistero che circonda la sua vita, nonché al motivo della sua produzione fotografica; l’unica cosa che possiamo riferire è la registrazione vocale che ha lasciato su una cassetta in cui afferma “Ho scattato così tante foto per riuscire a trovare il mio posto nel mondo”.
Dunque la Maier cercava se stessa attraverso l’arte della fotografia e probabilmente proprio perché quel lavoro rappresentava la sua parte più intima non lo mostrava a nessuno.
Il fatto però che non abbia distrutto tutti i suoi lavori lascia supporre che in lei si celava un’intima speranza che un domani qualcuno li ritrovasse e finalmente il mondo si accorgesse di lei.

Pensando a Vivian Maier mi viene in mente una frase di Bansky: “Non so perchè le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della loro vita privata, dimenticano che l’invisibilità è un superpotere”.

 

La mostra "Vivian Maier una fotografa ritrovata" è aperta fino al  31 Gennaio presso la Fondazione Forma (Via Meravigli 5) a Milano.

Visitabile tutti i giorni dalle 11.00 alle 21.00, giovedi dalle 11.00 alle 23.00




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